E’ da un po’ che non scrivo nulla di interessante (almeno per me) su questo mio blog. Sarà che la voglia di confidarmi non ha mai fatto parte di me, sarà la mancanza di argomenti interessanti, in ossequioso aderire a quella filosofia (un po’ ragione di vita) che declama le virtù del silenzio sulle parole,quando tutte le parole che ci vengon fuori non sono altro che lettere e/o suoni, in religiosa sequenza e rispettoso non-sense.
Specie per me che faccio un lavoro agli antipodi con lo scrivere.
Non che abbia mai scritto chissà quali testi impegnati e/o capolavori…per carità. Ma erano miei: momenti, attimi, impressioni fugaci messe su carta quali fotografie del pensiero, mai indelebili (siamo in rete, ragazzi… nulla è indelebile…basta un crack alla server farm e bye-bye storico del blog con buona pace di tutti i backup che volete).
Mi accorgo, rileggendo oggi queste pagine, di aver scritto spesso,spessissimo sotto l’input incontrollabilmente frenetico della mia vita quotidiana. Una sorta di pazzesca fibrillazione che mi portava a scrivere di getto, in un parossismo emozionale, quello che più mi affollava la mente in quel momento. Credo sia così un po’ per tutti: c’è chi scrive per hobby, chi per passione, chi per piacere, chi per mestiere.
Io devo farlo. Devo scrivere. Così come devo respirare. Così come devo mangiare. Così come devo bere. Così come devo far sesso. Così come devo amare. Così come devo (sor)ridere.
Possono passare mesi intere,stagioni intere, forse anche anni di stanca, in cui non tocco una penna o un blog, e lascio decine di cose incompiute, ma devo scrivere. Scrivere quale bisogno primario, istintivo, primordiale, infantile e maturo al tempo stesso. Scrivo spesso per me, non facendo caso al fatto che chi passa da questo blog può leggere o meno (è implicito che l’avere lettori lusinga le mie “limitate” capacità scrittorie). Ma non è fama né gloria a spingermi a farlo. Non sarò mai un devastato alla Bukowski, né un sopraffino intellettuale alla Calvino. Perché non voglio esserlo. Perché seguire un canone, uno stile, un ideale, mi toglie il piacere di quello che faccio.
Ho amato, più di tutto, scrivere sotto l’influenza,benefica, della (ignara) Musa di turno. Quali tremori, quali tumulti. Scrivere di loro vale quanto il portartele a letto… e a seconda dei casi, poteva anche essere più soddisfacente. Dominare le emozioni,metterle in forma scritta, forgiarle nel fuoco e nella pietra… equivale a fare surf cavalcando cuore, mente e sesso. Poco o nulla mi ha permesso di scrivere senza pensare assolutamente a ciò che scrivevo. Neanche l’alcool. Ce ne son state di muse e ce ne saranno altre, nel rispetto che ciascuna merita in quel momento e dopo. Ma a qualcuna piace consegnarsi alla precarietà temporale. Bukowski (e Lebowski) alzerebbero le spalle, fumando l’ennesima sigaretta della giornata. Io no.
Non c’è estro, né genio, né criterio in quel che faccio. Bensì gusto, piacere e vizio. E se tutti i vizi fossero così salubri, che vita noiosa… Chissà se scrivere può essere considerato un vizio, ma penso di sì. Benefico e innocuo quanto si vuole, ma vizio resta. Verba volant, scripta manent. Anche le persone volano. Che siano relazioni, amicizie, persino legami familiari. Passano nella vita, che lo si voglia o no, quali foglie d’autunno al vento (e no, non citerò Ungaretti). Quando il quotidiano e la consuetudine lottano per fare affievolire il ricordo, ciò che si è scritto resta. A personale imperitura memoria di quei momenti. Senza guardarsi nostalgicamente indietro. Non è forse per questo che molti si raccontano?
E forse a volte è l’unico vero modo per non impazzire.